Quanto Guadagna davvero un Designer Freelance? Dal Preventivo al Netto in Tasca
Quando invii un preventivo da 3.000 euro non significa che guadagnerai 3.000 euro perché se sei un designer in regime forfettario, dopo aver pagato tasse e contributi te ne resteranno circa 2.300. Se sei nella prima fase della tua carriera e non hai ancora capito questo meccanismo, rischi di lavorare tanto e ritrovarti con poco.
Tante volte ho ascoltato la domanda: “Ma perché mi resta così poco?” La domanda arriva di solito a giugno, quando il calcolo delle imposte e dei contributi INPS diventa reale. Fino a quel momento il fatturato ti sembrava un numero rassicurante. Poi calcoli il 78% di coefficiente agli incassi, ci applichi il 26,07% di INPS, l’imposta sostitutiva, aggiungi anche gli acconti da pagare e finisci con lo scoprire che quel numero rassicurante si è ridotto di un quarto.
Il punto non è che il regime forfettario sia sfavorevole, anzi, per un designer resta quasi sempre la scelta migliore. Il punto è che molti designer fissano i prezzi dei loro progetti senza aver mai fatto il calcolo al contrario, ossia partire da quanto vogliono guadagnare e risalire al preventivo minimo che devono presentare al cliente. Se parti dal prezzo che “sembra giusto” e speri che
questo
basti, ho una cattiva notizia per te.
Non basta quasi mai.
Il coefficiente del 78%: perché il designer parte svantaggiato
Ogni codice ATECO ha un coefficiente di redditività che il fisco usa per determinare il tuo reddito imponibile. Per i designer (ad es. codice ATECO 74.12.01) il coefficiente è del 78% il che si traduce con la formula: su ogni 100 euro che fatturi, 78 euro sono considerati reddito. Solo 22 euro sono “costi” agli occhi del fisco.
Per un developer il coefficiente è del 67%. Per chi vende prodotti online, il 40%. Il designer paga proporzionalmente più tasse di entrambi a parità di fatturato.
Non si tratta di un’ingiustizia, è una stima forfettaria dei costi di chi svolge attività professionali. Il legislatore assume che un designer, lavorando prevalentemente con un computer e le proprie competenze, abbia costi contenuti. Se ci pensi, per molti designer è effettivamente così. Al di là di qualche abbonamento periodico a software professionali e/o di IA e l’acquisto una tantum di macchine che ammortizzi nel tempo non ci sono molti costi da
scaricare
. Questo significa che il margine di errore nel fissare i prezzi è più sottile: non c’è un cuscinetto fiscale ampio a proteggerti se
sotto-quoti
.
Il calcolo che ogni designer dovrebbe fare prima di mandare un preventivo
Prendiamo un progetto di brand identity. Il cliente ti chiede logo, palette colori, tipografia, linee guida. Quanto chiedi?
La tentazione è ragionare in termini di “quanto vale questo lavoro sul mercato” o “quanto chiederebbe un collega”. Prima di stabilire il prezzo di mercato, ti chiedo di riflettere su quanto ti resta dopo che il fisco ha fatto la sua parte.
Ipotizziamo un preventivo di 4.000 euro. Vediamo cosa succede.
Il reddito imponibile è 4.000 × 78% = 3.120 euro. I contributi INPS alla Gestione Separata (26,07%) sono 813 euro. La base per l’imposta sostitutiva è 3.120 euro, calcolando l’imposta al 5% (per i primi cinque anni) è 156 euro, al 15% (dal sesto anno) è 468 euro.
Risultato: su 4.000 euro di preventivo, in tasca ti restano circa 3.031 euro nei primi cinque anni e circa 2.719 euro dal sesto anno in poi. La percentuale che il fisco si prende oscilla tra il 25% e il 33% del tuo fatturato.
Sembra ragionevole? Dipende da quanto tempo hai impiegato. Se quel progetto ti ha richiesto tre settimane di lavoro a tempo pieno, stai guadagnando circa 1.000 euro a settimana netti nei primi anni che diminuiscono a 906 dal sesto. Se il lavoro ti ha richiesto sei settimane, sei a 500 euro a settimana. In quel periodo non stavi lavorando per nessun altro.
Il tempo non fatturabile: il costo invisibile
C’è un aspetto che chi lavora come dipendente non deve calcolare e che chi fa il freelance sottovaluta sistematicamente: il tempo che dedichi ad attività che nessun cliente ti paga.
Rispondere alle e-mail, preparare preventivi che non vengono accettati, fare call conoscitive, aggiornare il portfolio, gestire la contabilità, cercare nuovi clienti, seguire i pagamenti in ritardo. In un mese tipico, un freelance riesce a fatturare il 60-70% delle ore lavorate. Il resto è lavoro necessario ma non remunerato.
Questo significa che se lavori 22 giorni al mese, ti ritrovi a fatturarne realisticamente 14 o 15. Su quei 14-15 giorni devi costruire il fatturato che copre tasse, contributi e il tuo stipendio per tutti i 30 giorni del mese includendo i giorni di malattia e le ferie che nessuno ti paga.
Il fatturato minimo per vivere di design freelance
Rovesciamo il ragionamento. Invece di chiederti “quanto chiedo per questo progetto”, parti da “quanto mi serve per vivere” e risali al fatturato necessario.
Diciamo che vuoi avere 2.000 euro netti al mese dopo tasse e contributi. Sono 24.000 euro netti all’anno. Quanto devi fatturare per arrivarci?
Con il coefficiente del 78%, l’INPS al 26,07% e l’imposta sostitutiva al 15% (ipotizzo che lavori da oltre un quinquennio), il carico fiscale complessivo è circa il 33% del fatturato. Per ottenere 24.000 euro netti ti servono circa 35.800 euro di fatturato.
35.800 euro divisi per 11 mesi effettivi di lavoro (tolte le ferie e le feste) fanno circa 3.255 euro al mese di fatturato. Divisi per 14 giorni fatturabili al mese, fanno una tariffa giornaliera di circa 220-240 euro.
Se i tuoi preventivi si traducono in tariffe giornaliere inferiori a questa cifra, stai lavorando sotto la soglia di sostenibilità e guadagni meno di 2.000 euro netti al mese. Non significa fallire ma non costruisci nulla.
Con l’aliquota al 5% dei primi cinque anni il fatturato necessario scende a circa 32.000 euro per gli stessi 24.000 euro netti. Il vantaggio dell’aliquota ridotta è reale ma non duraturo. Abituarsi a prezzi bassi durante i primi cinque anni di attività e non riuscire ad alzarli nel corso del tempo è uno degli errori più comuni che vedo.
L’effetto soglia: cosa succede quando il fatturato cresce
C’è un aspetto ironico nel regime forfettario perché finché fatturi poco, è vantaggioso ma man mano che cresci, il vantaggio si riduce e a un certo punto può diventare uno svantaggio.
Il primo scoglio è psicologico. Superare i 50.000-60.000 euro di fatturato con il coefficiente del 78% significa un carico fiscale annuo di 12.000-15.000 euro tra tasse e contributi. Sono soldi veri che escono dal conto a giugno e novembre.
Il secondo scoglio è strutturale. Se i tuoi costi reali superano il 22% previsto dal regime forfettario perché investi in formazione, strumenti aggiornati, un assistente, nella pubblicità, uno studio, stai pagando tasse su un reddito superiore a quello effettivo. A quel punto il regime ordinario, che ti permette di dedurre i costi reali, potrebbe convenirti di più.
Il terzo scoglio è la soglia degli 85.000 euro. Se il business cresce, la soglia arriva e non puoi decidere di “non superarla” rifiutando progetti perché sarebbe una scelta che ti limita professionalmente. Meglio pianificare per tempo il passaggio al regime ordinario o alla SRL, piuttosto che trovarsi a frenare.
La cessione dei diritti: un vantaggio che cambia i numeri
C’è uno strumento che i designer hanno e che altri professionisti non hanno. Quando cedi i diritti d’autore su un logo, un’illustrazione o un’identità visiva, il compenso per quella cessione ha un trattamento fiscale diverso dalla prestazione professionale: si tassa sul 75% dell’importo (o sul 60% se hai meno di 35 anni), quindi paghi meno imposte.
Su un progetto di brand identity da 8.000 euro, separare 3.000 euro come cessione dei diritti e 5.000 come prestazione può farti risparmiare oltre 600 euro di contributi. Moltiplicato per più progetti, il risparmio diventa significativo.
Non tutti i progetti si prestano a questa separazione e il contratto va strutturato correttamente. E’ un’opportunità concreta che va almeno valutata. Ne parlo in dettaglio nella guida alla cessione dei diritti d’autore per designer.
Tre errori di pricing che vedo ripetere
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- Copiare le tariffe dei colleghi senza conoscere la loro situazione. Un collega che chiede 1.500 euro per un logo potrebbe essere dipendente con partita IVA in parallelo (e quindi con esonero INPS), oppure potrebbe avere un partner che paga l’affitto, oppure potrebbe semplicemente non arrivare a fine mese. Il suo prezzo non dice nulla sulla tua sostenibilità.
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- Non contare le ore di progetto reali. Il preventivo dice “logo + brand guidelines” ma il lavoro include tre call con il cliente, due giri di revisioni, la preparazione dei file per la stampa, le versioni responsive, i mockup di presentazione. Se il preventivo non tiene conto di tutto questo, la tariffa oraria effettiva crolla.
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- Non aggiornare i prezzi dopo il primo quinquennio. Molti designer fissano i prezzi quando hanno l’aliquota al 5% e non li alzano quando passa al 15%. Il carico fiscale aumenta di colpo e il netto scende ma i preventivi restano identici. Il risultato è una contrazione silenziosa del proprio reddito che si nota solo guardando i numeri a fine anno.
Un esercizio pratico: il tuo numero
Prendi il tuo fatturato degli ultimi 12 mesi. Moltiplicalo per 0,78 (coefficiente di redditività). Dal risultato togli il 26,07% di contributi INPS e sottrai il 5% o il 15% di imposta sostitutiva. Il numero finale è il tuo reddito netto ossia quello che ti è rimasto davvero in tasca prima delle spese operative (software, hardware, affitto, formazione).
Se quel numero diviso per 12 è inferiore a quello che consideri il tuo stipendio minimo accettabile, hai due strade: alzare i prezzi o aumentare il volume di lavoro. La seconda ha un limite fisico. La prima ha solo un limite psicologico.
Se vuoi un calcolo più preciso sulla tua situazione specifica, puoi usare il calcolatore tasse per freelance che ho messo a disposizione. Ti dà una stima rapida partendo dal fatturato e dal codice ATECO.
Domande frequenti

DESIGNER FREELANCE
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